Società · Storie

Dopo il KGB: il lustrismo in Lituania

Il KGB

Il KGB (Comitato per la sicurezza dello stato) è stato il supremo organo di sicurezza dell’URSS.
Si è occupato sia di politica esterna, sia di affari interni – spionaggio e controspionaggio, polizia segreta, repressione del dissenso.
Organizzato militarmente, il KGB è stato uno dei pilastri del controllo della società da parte del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, anche grazie alla collaborazione di molti cittadini: non solo dipendenti e riservisti, ma anche informatori e delatori.

Il KBG ha avuto un forte ruolo in fatto di sovietizzazione forzata delle repubbliche socialiste governate da Mosca.
Nel caso specifico della Lituania, il KGB e il NKVD che l’ha preceduto hanno giocato un ruolo fondamentale durante entrambe le occupazioni sovietiche del Paese: quella breve del 1939-1940 e quella lunga iniziata nel 1944 e terminata solo nel 1991.
Arresti e imprigionamenti mirati, deportazioni di massa in Siberia, violenze sparizioni – specialmente nei primi tempi.
Decine di migliaia le vittime.
Una drammatica, violenta, profonda, lunga eredità.

Il lustrismo

Il KGB ha formalmente operato fino al 1991, quando è franato assieme all’Unione Sovietica.
Ha però condizionato la giovane repubblica indipendente di Lituania per almeno tutti gli anni ’90.
E, secondo molti osservatori, la sua influenza continua tuttora – in forme nuove.

Me ne sono accorto durante il mio anno a Vilnius.
All’inizio di gennaio 2018, tutti i mass-media hanno infatti diffuso la notizia per cui Donatas Banionis, morto da poco, uno degli attori lituani più famosi, amati e popolari, con un curriculum di più di 80 apparizioni – tra le quali quella nel film di spionaggio Fuori stagione che pare abbia spinto il giovane Vladimir Putin ad entrare nei servizi segreti, protagonista nell’acclamato Solaris di Andrej Tarkovskij, pluri-premiato sia da Mosca che da Vilnius, era stato, di nascosto, un agente del KGB.
Reclutato nel 1970, era stato istruito a spiare i lituani emigrati negli Stati Uniti, dove Banionis era andato in turné.
Grande scalpore. Incredulità. Rabbia. Anche perché quella di Banionis era soltanto la più recente di una lunga serie di rivelazioni sul passato coinvolgimento nel KGB da parte di vari componenti dell’attuale classe dirigente del Paese.
I lituani, in altre parole, non erano soltanto stati vittime del totalitarismo, ma anche suoi protagonisti, o per lo meno fiancheggiatori. Non necessariamente traditori.

La notizia su Banionis non è stato un gossip pubblicato da una rivista scandalistica.
E’ stata invece ufficialmente diffusa dal Centro lituano di ricerca sul genocidio e la resistenza, che ha così messo in pratica apposite leggi approvate dal Parlamento nazionale.

Che tipo di leggi?
Gli analisti utilizzano il termine “lustrismo” per definirle.
Le leggi lustriste sono ricorrenti in molti Paesi democratizzati di recente (Europa dell’Est, Iraq, per certi versi la stessa Germania post-nazista… ) e regolamentano due aspetti strategici:

  • Come trattare ora i cittadini che hanno avuto un ruolo nei sistemi repressivi del precedente regime >> Limitarne la libertà, cioè escluderli vs. Riconoscerne in pieno i diritti, cioè includerli? In che misura? A quali condizioni? In merito a quali posizioni nel mercato del lavoro, con particolare riferimento per il pubblico impiego (ma non solo), e dell’arena politica?
  • Come trattare la documentazione e le informazioni disponibili in merito a tali sistemi >> Diffonderli senza riserve vs. Mantenere cautele e filtri?

Mirano così a:

  • Accertare pubblicamente la verità storica e le relative responsabilità, favorendo così la presa di consapevolezza collettiva, la fiducia e – auspicabilmente – la coesione sociale
  • Tutelare e accreditare l’affidabilità dell’attuale forma di Stato, anche mettendola in sicurezza e al riparo da eventuali minacce e pericoli di ritorni al passato

Le leggi lustriste sono misure di “giustizia di transizione”; il loro carattere è pertanto speciale e, solitamente, a termine.
Assumono talvolta la forma della sanzione e della punizione, da un lato, e della ‘pulizia’, dall’altro. (Da qui il loro richiamo alla cerimonia di purificazione – “lustratio” – dell’antica Roma).
Sono analizzate anche per valutare lo stadio di maturazione democratica raggiunto da un Paese.

Le leggi lustriste sono di vario tipo.
Paesi diversi hanno fatto scelte diverse, più o meno moderate: c’è chi ha optato per la concessione di una ‘seconda occasione’, chi per il perdono e l’amnistia, chi per il bando perenne.
La Polonia dei fratelli Lech e Jarosław Kaczyński è stato il Paese che, almeno all’inizio, ha più penalizzato i complici del passato sovietico.

Le leggi lustriste lituane sono caratterizzate da due contenuti principali:

  • L’incompatibilità (a termine: 10 anni) tra l’essere stati dipendenti della KGB e ricoprire oggi cariche pubbliche o politiche di primario rilievo
  • La tutela della segretezza (a termine: 75 anni), da parte dello Stato, per gli appartenenti al KGB che, entro una certa data, si fossero auto-denunciati; pubblicazione dei loro nomi, al contrario, per chi non l’avesse fatto nonostante le prove a loro carico

Circa 1.500 persone hanno confessato, si sono auto-denunciate e, verificate le compatibilità di cui al primo punto, sono ora protette dallo Stato.
1.600 quelle che non l’hanno fatto e sono state esposte al pubblico.

Una lotta contro i demoni?

Come atteso, visti i temi altamente sensibili e le opposte esigenze di cui si compongono, le leggi lustriste non hanno avuto ‘vita facile’.
La loro ideazione, approvazione e implementazione si sono rivelate complesse, non lineari, controverse.
Numerosi i veti presidenziali, i cambi di linea, le sentenze favorevoli e contrarie di tribunali ordinari e Corti Costituzionali.
Elevata la pressione dei mass-media e di varie parti della società civile… talvolta una vera e propria ‘caccia alle streghe’, irrazionale, vendicativa, catartica.
Costante il rischio di essere strumentalizzate dai partiti, soprattutto di centro destra, a sfavore della loro controparte socialdemocratica, che è più vicina ad alcuni dei valori fondanti del defunto Partito Comunista.

Secondo alcuni osservatori, l’obiettivo della piena riconciliazione nazionale rimane di là da venire, specie dopo shock collettivi come quello di Donatas Banionis.
In definitiva, il conflitto rimane acceso.
Nel frattempo, vari manager pubblici e professori universitari, alcuni parlamentari e almeno un primo ministro sono stati costretti alle dimissioni con l’accusa di essere stati collaboratori del regime comunista.

Il punto è che questa faccenda è notevolmente complicata da due fattori:

  • La volontarietà delle azioni
  • Gli archivi del KGB

1)
Il primo fattore di complicazione riguarda il fatto che, secondo la difesa di certi imputati, durante l’URSS la collaborazione con il regime non può essere definita sempre consapevole.
Il concetto di colpevolezza, di conseguenza, andrebbe attenuato e depotenziato, o per lo meno problematizzato: la responsabilità sarebbe collettiva invece che individuale.
Il sistema richiedeva, specie a chi era responsabile di unità di personale, di relazionare, per iscritto e continuamente, non solo sulle proprie attività, ma anche su quelle dei sottoposti. Poteva succedere che, inavvertitamente, venissero così rivelate delle informazioni che, magari anni dopo, potevano diventare di interesse per la sicurezza statale. Tutto era rendicontazione, tutto veniva conservato, tutto poteva essere utile.
La loro situazione non può essere assimilata a quella di coloro che, per lucro, per vendetta, o per servilismo, denunciavano segretamente altre persone allo Stato – anche per il fatto di visionare del materiale pornografico a casa propria.
Analogo concetto, anche se in tono minore, sarebbe applicabile a chi avrebbe rischiato di perdere il proprio posto (lavorativo, sociale) se non avesse fatto rapporto alle autorità.
L’informazione inviata al KGB era soltanto un pezzo del grande puzzle costituito dal mondo dell’Unione Sovietica.

2)
Il secondo fattore complicazione riguarda il carattere burocratico del KGB e, in particolare, la sua meticolosa attenzione alla documentazione scritta, da gestire, codificare, conservare.
Il patrimonio del KGB era il suo enorme archivio. Che, nelle concitate e caotiche fasi dell’indipendenza, è stato parzialmente distrutto, parzialmente trafugato o vandalizzato, in maggioranza trasferito in territorio non nemico (cioè a Mosca, dove è attualmente inaccessibile).
Solo una parte dell’archivio del KGB è ora nelle mani della Repubblica di Lituania.
Vilnius ha deciso come trattare tali informazioni, ma ogni soluzione rimane vulnerabile perché non si può dare per scontato che tutti i dati disponibili siano completi e attendibili. L’attenta verifica dell’autenticità delle fonti e l’accurato confronto delle informazioni sono attività essenziali, che non riescono però ancora a sciogliere tutti i dubbi.
Molti accusati lamentano che le informazioni pubblicate contro di loro sarebbero state manipolate, o persino fabbricate ad hoc – nell’ambito di un’opera di disinformazione attentamente pianificata dai ‘nemici’. Un sabotaggio, in altre parole; una confusione oculatamente ingegnata. Una ‘bomba ad orologeria’ lanciata contro la Lituania libera e indipendente. Una minaccia costante, una cospirazione sempre presente, un ricatto contro chi farebbe gli interessi del Paese e non dei detentori di detti archivi.


– Ringrazio il Centro lituano di ricerca sul genocidio e la resistenza per avermi aiutato a recuperare del materiale per scrivere questo post. Desidero tuttavia sottolineare che è soltanto mia la responsabilità per la selezione della documentazione e per la stesura di queste righe.

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