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Il Paese dei giubbotti (cose che mai più senza #8)

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In Lituania il giubbotto è fondamentale.
Almeno da ottobre ad aprile.
Compresi.

Gli impavidi riescono ad arrivare fino a novembre con la giacchetta.
Quest’anno, grazie al global warming, ho visto un paio di paltò anche all’inizio di dicembre. Ma solo perché abbinati a pashmine particolarmente imponenti. Poco ore dopo, le temperature sono però precipitate, rendendo così improcrastinabile il cambio del guardaroba.
Resistono soltanto i più giovani e forti, con i loro jeans strappati, talvolta indossati sopra calzamaglie dalle trame appariscenti, e le caviglie scoperte.

Il giubbotto fa la differenza.
Anche perché permette di riconoscere al volo i romani e i milanesi.
Secondo un mio amico lituano, i giubbotti dotati di cappuccio termico con bordo di pelliccia sono “tipicamente da italiani”.
La sua opinione mi ha sorpreso e divertito, visto che a me sembravano invece così esotici e adatti al clima locale.

La sensazione di straniamento non è solo mia.
In qualunque stagione, una volta atterrati a Vilnius, Maria, Andrea, Dolores e Miguel tendono a girare per le vie della Capitale con, addosso, almeno un paio di strati in più rispetto a Eglė e Vytautas. E non riuscendo a spiegarsi come Eglė e Vytautas riescano ad arrivare a sera senza morire congelati.
Di inverno, inoltre, i turisti dal Sud d’Europa tendono a vestire come i personaggi dei grandi romanzi russi dell’otto-e-novecento. Non risparmiano in fatto di pellicce, pelliccette e pellicciotti, gabbani e guanti di foca; i più chic puntano persino al colbacco.
Lo fanno – così pensano – per passare inosservati e sopravvivere ai venti siberiani. Grande è il loro sconforto quando scoprono di essere gli unici a vestire in questo modo, visto che i lituani di città preferiscono, all’opposto, capi molto più contemporanei e tecnici. E che – è questo l’aspetto che fa più male – Vilnius non è un set de Il dottor Živago.

Ho comprato due giubbotti quassù, entrambi di importazione. (Pare che non esistano giubbotti nazionali.)
Il mio preferito è quello rosso. Andando in ufficio, ho scoperto di essere l’unico a non avere un giubbotto nero, grigio, marrone o verde scuro. (Pare che i lituani vestano i colori più accessi soltanto sulle piste da sci.)
Il mio primo giubbotto, piuttosto economico, col tempo si è rivelato poco impermeabile e soprattutto troppo pesante. Ho dovuto comprarne un altro.

La leggerezza è, in effetti, una qualità essenziale, visto che, quassù, il giubbotto va indossato per così tanto tempo.
A me personalmente dà più noia la pesantezza del giubbotto che la rigidità delle temperature.
E’ forse per questo motivo che in tutti gli edifici pubblici (musei, centri commerciali, ospedali… ) c’è sempre un servizio di guardaroba, gratuito e con personale apposito.
Non solo ci si toglie le scarpe quando si entra in casa, quindi, ma pure il giubbotto per fare la spesa, visitare una mostra o sottoporsi ad una terapia.
Ora ci ho fatto l’abitudine. All’inizio, invece, specie in ospedale, guardavo quegli sportelli con un certo sospetto.

* * *

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